martedì 10 maggio 2016

L’esclusione di Rivera a Messico ’70,



una delle più grandi ingiustizie sportive
 di tutti i tempi




           Pensando alla storia trascorsa del calcio…  Memento!  Rivera, come noto, subì una delle più grandi ingiustizie che la Storia del Calcio rammenti, a parte quelle ben più gravi dei due grandi eroi E.Streltzov (il russo contro il comunismo) e M.Sindelar (l’austriaco contro il nazismo).




         Non è perché Rivera fosse dell’Alessandrino, la mia terra d’origine, ma il popolare Gianni (in tempi berlusconiani non più tanto per questioni di presidenza milanista) allora era il più bravo giocatore italiano di tutti i tempi.  Al dire del giornalista Sconcerti (Sky), addirittura, lo è ancor oggi.  L’unico paragone possibile, in tempi post-bellici (Meazza non l’ho mai visto), è con Meroni, Baggio o Del Piero.  Secondo Sconcerti, dopo di lui, viene invece Totti ed è un giudizio che si può anche condividere visto quel che il 'cocco de Roma' ha fatto nel finale di quest'ultimo campionato.

          Grazie a Rivera l’Italia andò in Finale col Brasile di Pelé, dopo la leggendaria vittoria sulla Germania di Schnellinger – altro milanista – per 4-3.  Nella seconda metà degli Anni ‘60, però, ai trionfi rossoneri era disgraziatamente subentrata – parlo col rammarico dell’ex-milanista qual ero in quegl’anni – l’epoca del pur simpatico Herrera e dello schivo Moratti Sn., coadiuvato dal bravissimo Italo Allodi.  L’inizio d’un nuovo decennio post-sessantottino, caratterizzato dalla notevole fluenza delle chiome anche in ambito calcistico, avevano visto appunto l’affermazione dell’Italia quale finalista a Messico ‘70.

           Perdurava tuttavia l’antitesi milanista-interista fra Rivera e Mazzola sorta dopo il fallimento di 4 anni prima in Inghilterra da parte di Edmondo Fabbri, quando l’Italia era stata brutalmente eliminata nel Girone di qualificazione dalla Corea del N. per un tiro da fuori area d’un certo Park, un dentista semiprofessionista; e dall’Urss per un 1-0, gol di Chislenko.  Nel ’66 Fabbri aveva tentato, sperimentalmente, di formare il trio Bulgarelli-Mazzola-Rivera coi giocatori di spicco delle tre squadre in quel momento protagoniste del campionato  (Bologna, Inter e Milan, la Juve essendo per lo più fuori dai giochi), ma la sfortuna aveva portato all’esonero dell’ex-allenatore del Mantova.

           Aveva preso il posto di costui l’assai meno geniale Valcareggi, che tuttavia ebbe il merito di condurre l’Italia alla suddetta finale del mondiale a Città del Messico.  Orbene, Valcareggi aveva un credo atletista ed era tanto presuntuoso quanto scalcagnato; sicché finì per escludere Rivera dalla finale nonostante questi avesse segnato il gol decisivo del passaggio di turno in semifinale, puntando tutto sul più atletico Mazzola.  Finì 4-1 per il Brasile, con l’interista a fare una pessima figura insieme ad altri nerazzurri schierati in campo.

           La critica sportiva si divise a metà fra i falsi realisti, antesignani dei “prostituti intellettuali” d’oggi (per dirla alla Mourinho), e i più idealisti; difensori ovviamente di Rivera, come d'altronde il sottoscritto, che stava pigliando la maturità liceale.  Prevalsero i primi, colla scusa che il Brasile “era troppo forte”.  Niente di più falso.  Il Brasile nell’altra semifinale aveva faticato con un Uruguay tutt’altro che trascendentale e s’era imposto solamente per 1-0.  Pelé era a fine carriera e non fu per nulla decisivo, né durante il torneo né in quella stessa finale.  Anche se fece un bel gol. 

          Ad onor di cronaca, va sottolineato che Pelé non era stato determinante neppure negli altri due mondiali vinti dal Brasile in precedenza.  Giacché in Svezia nel ‘58 – allora ero bambino ed ero attratto come tutti i bambini dal caleidoscopico scioglilingua Didi-Vavà-Pelé (tramutato ben presto in Didì-Vavà-Pelè, cioè accentando anche il nome del primo giocatore, che pronunciato in portoghese suonava in realtà quasi ‘Gigi’), ma mi sono documentato dopo – furono Garrincha e Didi (eletto non per niente miglior giocatore di quel Mondiale’) i veri assi nella manica del Brasile, che cancellò a qual modo l’onta della finale persa in casa coll’Uruguay nella sconfitta per 2-1; con gol di Schiaffino e del baffuto Ghiggia, celebre uruguagio poi passato alla Roma, i quali ribaltarono così nel finale l’1-0 a favore della squadra di casa.  Nel Mondiale in Svizzera del ’54, egualmente, vi era stata un cocente sconfitta per 2-4 contro l’Aranicsapat (‘Squadra d’oro’) di Puskas, Hidekguti, Czibor e Kocsis nella famosa “battaglia di Berna”.  Pelé divenne famoso nel Mondiale del ’58 per i 6 gol segnati nelle tre ultime partite: 1 col Galles ai Quarti nella vittoria per 1-0, 3 nella Semifinale colla Francia vinta per 5-2 e 2 nella Finale colla Svezia con analogo risultato; ma a parte la prima partita, nelle altre due in entrambi i casi fu Vavà coi suoi 3 gol ad esser più determinante di lui, che segnò i suoi 5 a risultato già acquisito ossia sul 2-1 per il Brasile.

           Vi era peraltro un giocatore nel mondo più valido a quei tempi sia di Garrincha sia di Pelé, quest’ultimo ancor troppo giovane per contare.  Alludo al grande russo Streltzov, che assieme a Yashin (l’unico portiere ad aver mai ricevuto il Pallone d’Oro) aveva portato l’Urss in trionfo alle Olimpiadi di Melbourne nel ’66; con due gol entrambi determinanti, nel doppio 2-1 dapprima contro la Germania nel Girone di qualificazione e poi, in Semifinale contro la Bulgaria, contro cui ribaltò nel finale il risultato a sfavore in un 1-1 prima che un suo compagno segnasse la rete della vittoria.  Ciononostante fu poi purgato da Beria, finendo in un gulag per un crimine in realtà mai commesso, il presunto rapimento d’una nipote di Stalin; che s’era invaghita di lui, onde il povero Eduard era stato costretto proditoriamente dal regime sovietico ad ammettere colpe irreali.  L’Urss aveva battuto la Svezia di Liedholm, Green e Nordhal 6-0 in Svezia nel pre-mondiale, Svezia che invece il Brasile faticò a battere nella finale di Stoccolma, nonostante il risultato finale di 6-3 a suo favore.  La stessa Svezia, a dire il vero, aveva battuto l’Urss 2-0 nei Quarti e l’Urss aveva perso collo stesso risultato nel Girone di qualificazione contro il Brasile, ma si trattava d’una squadra senza il giocatore migliore, Streltzov appunto.  Con Streltzov in campo le cose sarebbero sicuramente andate in maniera diversa e probabilmente l’Urss avrebbe vinto quel Mondiale in Svezia, poiché era più forte sa della Svezia sia del Brasile.  Come aveva dimostrato a Melbourne.  Occorre ricordare, in proposito, che alle Olimpiadi potevano andare i professionisti a quel tempo anche nel calcio.

          In Cile, nel ’62, fu ancora una volta Garrincha, assieme a Didi e a Vavà oltrechè al sostituto dell’infortunato Pelè (Amarildo, in seguito comprato dalla Fiorentina, indi dal Milan) il giocatore determinante per la vittoria.  In Messico Pelé era ormai vecchio e, pur avendo dei trascorsi da grandissimo goleador (il primo a superare la quota 1000, raggiunta nel mondo dopo di lui solo da Romario), non è mai stato calcisticamente parlando all’altezza d’un Maradona.  Secondo me neanche di Rivera.  Non era neppure un vero numero 10, era un 9 e ½, a metà fra gl’interscambiabili Baggio e Ronaldo.  Benché fosse meglio degli ultimi due, ammesso che i paragoni siano cosa lecita e a mio parere non lo sono mai, esprimono semplicemente dei punti di vista unilaterali.

          La menzogna sulla pretesa forza del Brasile, che in Inghilterra nel ’66 aveva fatto pena a causa del declino inesorabile di Garrincha per l’età avanzata, tanto che i gialloverdi finirono terzultimi nel loro Girone con 2 punti al pari dell'Italia, servì comunque a mascherare agli occhi del mondo il grande torto fatto al nostro più grande giocatore di football.  Vero che nel Brasile del ’70 c’erano forze nuove, tipo Gerson e soprattutto Rivellino (la star brasiliana del momento, tuttavia dopo quel Mondiale non vinse altro in sede internazionale), ma quel Brasile poteva essere battuto colla migliore Italia in campo e cioè con un’Italia al servizio di Rivera.  L’interismo (chiedo scusa per il neologismo) allora diffuso non l’avrebbe però permesso, purtroppo.





          P.S.-   Da allora, se m’è concesso di fare un’annotazione personale, non ho mai più tifato per la nazionale di calcio italiana.  Tranne che in 2 soli casi: in Spagna nell’82 ed in Germania nel 2006.  Fu un fatto casuale la vittoria italiana in entrambi i casi, neppure a farlo apposta.  Mi convinse a tifare per l’Italia l’ostracismo contro i nostri rispettivi allenatori da parte della critica sportiva, che pure ho cominciato a detestare a partire da Messico ‘70. 

                                                                                     

(artic. di Ivan Hud pubblicato il 24-03-09 su Ilbardellosport [c.s.f.], indi cancellato insieme a tutto il 'Noiblog' su blogs.it nel dic. 2015, ed ora ripubblicato in forma riveduta)

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